cervelli in fuga

CERVELLI IN FUGA- il sito dei giovani professionisti italiani all' estero

Vision manda un appello ai propri potenziali alleati per invitarli a unire le forze, a combattere insieme. Una battaglia delle idee nel caso di Vision visto che il tempo delle rivoluzioni e degli agguati alle carrozze del nemico è finito da un pezzo. Visto che è più intellettualmente complessa la rivoluzione che è già cominciata. Vision chiama le altre think tank, associazioni, individui che dicono di volerci provare. Di voler andare oltre la lamentela.

E, tuttavia, prima di poter intraprendere – una volta e per tutte – la “battaglia delle idee” è necessaria un’autocritica che ci metta fortemente in discussione. Un’autocritica che si impone perché i numeri dicono (http://www.visionwebsite.eu/vision/progetti_2.php?progetto=17) che è proprio negli ultimi quindici anni – mentre sempre di più si parlava di declino dell’Italia e di questione generazionale – che il Paese declinava sempre di più e si chiudeva su se stesso. Come nella più perfetta di quelle che gli inglesi chiamano “profezie che si auto avverano” (self-fulfilling prophecy).

Un’autocritica che riguarda noi - noi che abbiamo fatto persino l’errore di accettare di essere chiamati (dovrei dire sbeffeggiati) “cervelli in fuga”. Sono quattro gli errori fondamentali che nessuno ci ha mai rimproverato in maniera che continuassimo a sbagliare – in buona fede – e ad essere irrilevanti. I primi due sono di.. mancata sincerità (dovrei dire disonestà intellettuale ma se è vero che il nostro principale problema è essere “bravi ragazzi” non credo che il termine disonestà ci possa essere applicato); gli altri due sono due grossi errori di strategia.

Il primo sbaglio è stato, dunque, di essere non sinceri nei confronti di noi stessi. L’argomento che si trova in innumerevoli interviste e, persino, in alcuni dei commenti ed articoli sul pensatoio è, più o meno questo: “l’Italia è un paese che fa schifo, che non paga bene i ricercatori – artisti – imprenditori innovativi, che paga solo i politici – vecchi - maschi - veline. Io me ne sono andato, sto bene, guadagno il triplo di quello che avrei guadagnato in Italia e inoltre posso dedicarmi in santa pace al mio passatempo preferito che è sputare sul mio paese. Quando la politica si darà una mossa e quando gli italiani si saranno liberati da Berlusconi fatemelo sapere perché potrei considerare pure la remota possibilità di tornare”. Al di là qualche errore di sostanza (non si tratta più di “tornare” perché in una società della conoscenza che è mobile per definizione ciò che conta è soprattutto circolare creando i presupposti affinché l’Italia faccia parte delle tappe di questi percorsi), tale ragionamento nasconde - ad avviso di uno che ha condiviso e condivide la condizione della “diaspora” - una omissione su un piano che è più personale anche se moltiplicato per decine di migliaia di esperienze simili: non è vero che stiamo bene; perlomeno non lo è per molti; guadagniamo di più ma a molti manca – ed è naturale che si così – qualcosa. Manca certamente il proprio paese che, nel nostro caso, è il paese più bello del mondo. Ma ci mancherebbe, comunque: perché (diciamoci la verità) se sei nato in un posto (fosse anche non il più bello del mondo) e se in quel posto ci hai passato i primi vent’anni di vita, mai (anche se ci sono eccezioni) riuscirai ad integrarti totalmente in quello nuovo perché l’integrazione è fatta non solo di lavoro, ma di partite a calcetto, di poter essere – che ne so – eletto, di poter frequentare quelli che non appartengono alla tua, seppur dorata, enclave professionale. Ma ciò vale ancora per chi viene dal paese che gli stranieri colti per primi e, certe volte, persino con una certa ironica perfidia, ci ricordano essere il più bello del mondo: è una sconfitta (chiamiamo le cose con il loro nome) averlo lasciato in mano ad una classe dirigente fatta di politici incapaci e di commercialisti mediocri.

Il secondo errore è, poi, un elemento di mancanza di verità nei confronti degli altri e, magari, dei giornalisti che ci intervistano per l’ennesima intervista sul “cervello in fuga”. Non è vero che a Londra, Boston (le due città che conosco meglio) tutto funzioni. Se qualcuno di noi arriva a ricordare la inefficienza – effettivamente inaccettabile – delle amministrazioni pubbliche italiane come motivo della fuga, non possiamo non essere onesti e non raccontare ai nostri connazionali come quanto anche l’attivazione di una banale linea internet con British Telecom o l’attivazione di un conto corrente con la NatWest sia un albero della cuccagna. Se è vero che le università italiane sono dominate dai baroni, non possiamo non dimenticarci che anche in quelle inglesi o americane come denunciava The Economist il PHD sia spesso utilizzato come strumento per ottenere mano d’opera altamente qualificata a basso prezzo. E per quanto riguarda le grandi istituzioni internazionali (a partire dalla Commissione Europea) il loro declino è meno drammatico, ma , a volte, a chi ci lavora, sembra, persino più deprimente di quello delle italiane. Sono assolutamente consapevole che può diventare un pericoloso alibi per le mafie che si spartiscono l’Italia dire che anche la democrazia, le università, i sistemi sanitari europei hanno problemi a cui ancora non è stata trovata soluzione. E, tuttavia, non dirlo, continuare a proporre solo papers e convegni il cui titolo è, invariabilmente, “come siamo indietro rispetto agli altri e quale dei modelli europei dobbiamo imitare”, condiziona pesantemente la capacità di trovare soluzioni vere.

A questi due approcci non giusti seguono due scelte di strategia che ci hanno portato fuori strada.

Il terzo errore che consegue alla insincerità nei nostri confronti è quello di aspettare. Aspettare che la politica cambi. Ciò è talmente illogico da diventare un alibi per l’inazione. Aspettare che la politica cambi coincide, infatti, a dire che aspettiamo che il politico accetti una competizione. Ora se è vero quello che diciamo, cioè che il politico non ha alternative professionali (tranne quelle delle corporazioni notarili che deve difendere), e che la competizione non può sostenerla, accettare la competizione vuol dire per lui mettersi da parte, licenziarsi da solo, insomma. Aspettiamo, dunque, una cosa che mai potrà succedere. Ribadendo analisi che sono sempre le stesse (“l’Italia è un paese che fa schifo, che non paga bene i ricercatori – artisti – imprenditori innovativi, che paga solo i politici – vecchi - maschi -veline”) e senza mai impegnarsi nella costruzione di proposte fattibili. Corredandola magari di un minimo di piano realizzativo che tenga conto del contesto e, soprattutto, di disponibilità a rischiare da parte nostra: un po’ di lavoro, un po’ di carriera, un po’ di faccia.

Il quarto sbaglio che consegue – simmetricamente direi – alla non verità sui paesi che dovremmo imitare è nell’approccio stesso che – quelle rare volte che decidiamo di fare delle proposte – usiamo per dire all’Italia quello che dovrebbe fare. Non basta dire copiamo gli altri. Conviene a noi perché costa meno tempo. Ma non porta da nessuna parte. Non basta – come è stato fatto dagli advisors del ministro Gelmini – copiare l’Inghilterra sulla riforma delle università perché nel frattempo le contraddizioni del 2011 si sono portate via , ad esempio, tutte le certezze residue nel Regno Unito sulle università (nonché sul modo di valutarle, sul criticato Research Assessment Exercise) si è acceso un dibattito assai intenso che parte da un unico elemento unificante: il modello è obsoleto, anche se è quello che l’Italia ha appena imitato.

E allora? E allora che dovremmo fare noi – poveri cervelli in fuga – se vogliamo finalmente contrastare (e non solo denunciare) l’irrilevanza politica di chi invece avrebbe gli strumenti della conoscenza che sono indispensabili per questa società? È semplice, a mio avviso.

Dovremmo smetterla di fuggire. Soprattutto da noi stessi. Dalle bugie che ci diciamo per spegnere lo scotto di una sconfitta. Dovremmo pensare sul serio. Insieme ad alti cervelli di altri paesi (come in fondo si è fatto ogni qual volta, nella storia, gli uomini non sono riusciti più a governare grandi discontinuità). Utilizzare il talento se c’è per costruire soluzioni a problemi che sono talmente nuovi da prescindere dalla scelta di un modello nazionale. Dovremmo imparare a riconoscerci come classe, forse come classe rivoluzionaria, perché accomunati da un paio di caratteristiche – abitudine alla conoscenza e alla globalizzazione; esclusione dalla politica – che ci rendono l’unica possibile forza (altro che sinistra o destra o centro) capace di produrre un cambiamento nell’interesse di tutti. E, dunque, dovremmo fare uno sforzo subito per superare quello che più che all’individualismo assomiglia alla solitudine.

Cominciando magari dalla sfida che la piccola Vision – un manipolo di simpatici ragazzi seduti tra Roma, Londra e Brussels – lanciano a tutti. Con la sensazione che non c’è molto più tempo per riprenderci la responsabilità di un futuro che ci appartiene.

 

Articolo pubblicato sul blog di Francesco Grillo

http://www.visionblog.eu/francescogrillo/blog/articolo.asp?articolo=92

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